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Votazione del 24 settembre

«Previdenza vecchiaia 2020: in gioco c'è davvero molto»

Il 24 settembre saremo chiamati a votare sul progetto di riforma della previdenza vecchiaia PV 2020. Nell’intervista, il consigliere federale Alain Berset illustra i motivi a favore di questa riforma, alla quale anche il SEV raccomanda di votare sì.

Il consigliere federale Alain Berset su tutti i fronti per difendere il suo progetto di riforma

Consigliere federale Alain Berset, perché i lavoratori dovrebbero approvare un progetto che, con l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni ed un abbassamento del tasso di conversione minimo, porta misure che il popolo ha già rifiutato in passato?

Per il semplice motivo che per la prima volta da vent’anni abbiamo davanti una soluzione complessiva equilibrata, che garantisce rendite sicure ed un livello stabile delle pensioni compensando dunque le misure summenzionate. Nella previdenza professionale obbligatoria l’abbassamento delle rendite viene compensato quasi per tutti. I 44-65enni ricevono addirittura una garanzia dei diritti acquisiti. I più giovani saranno aiutati a mantenere il livello delle pensioni grazie al supplemento AVS. Nel 2010, nell’ultima votazione su un abbassamento del tasso di conversione minimo, non era previsto nessun tipo di compensazione.

E riguardo all’età pensionabile delle donne a 65?

Diversamente che nel 2004, ora per le donne ci sono diversi miglioramenti. Soprattutto nel livello delle pensioni. Con la Previdenza per la vecchiaia 2020 viene assicurato meglio nel 2° pilastro il lavoro a tempo parziale. Di questo approfittano in special modo le donne. Le loro rendite di cassa pensione infatti in media ammontano soltanto a poco più di un terzo della rendita di un uomo. Grazie alla Previdenza per la vecchiaia 2020 le loro rendite di cassa pensione aumenteranno in maniera significativa. Il supplemento AVS a sua volta aiuterà soprattutto le 500’000 donne attive che sono assicurate solo presso l’AVS e che per questo finora avevano diritto soltanto a delle pensioni modeste. Dunque in questo senso mi urta quando sento persone affermare che il supplemento AVS è soltanto un «contentino». Questa gente travisa che con 70 franchi in più al mese una donna pensionata sola potrebbe decidere di fare una gita con le amiche anziché rinunciarvi.

Con tutto ciò, come Consigliere federale PS, non avrebbe dovuto impedire l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne?

Nella previdenza vecchiaia la domanda centrale è cosa la gente ha nel portafoglio a fine mese. Perché le persone non vivono di percentuali, ma di franchi e centesimi. La maggior parte delle donne in vecchiaia vive principalmente dell’AVS. Qualora percepiscono una rendita di cassa pensione, quest’ultima quasi sempre è bassa. Ecco perché abbiamo affrontato contemporaneamente i problemi dell’AVS e quelli della previdenza professionale obbligatoria. Questo era stato chiesto anche dai sindacati e dalla sinistra. Ora abbiamo davanti una soluzione ben tarata. Non si può criticare una singola misura dicendo che così non va. Non è onesto. Va valutata la soluzione nel suo complesso. E sarebbe un errore rinunciare ai tanti miglioramenti per le donne. Non avrebbe senso.

Gli oppositori conservatori della riforma dicono che il progetto non è sostenibile e che a causa del supplemento AVS quest’ultima finirà in difficoltà.

Questo è sbagliato. Se la riforma non venisse approvata, l’AVS nel 2030 presenterebbe un deficit annuale di 7 miliardi di franchi. Allora il fondo AVS sarebbe quasi vuoto. Le pensioni non sarebbero più garantite. Se invece la Previdenza per la vecchiaia 2020 sarà approvata, l’AVS sarebbe di nuovo in attivo e il fondo nel 2030 sarebbe quasi ancora al livello di oggi – nonostante il supplemento AVS e le rendite per coniugi più alte. È incomprensibile che gli oppositori della Previdenza per la vecchiaia 2020 vogliano rischiare una cassa AVS vuota. Qualcuno ne dovrebbe pagare le spese.

Ma il supplemento AVS non è gratuito …

Esso è pienamente finanziato fino al 2039. L’un per mille necessario (0,15% ciascuno per datore di lavoro e lavoratore; nota della redazione) fino ad allora genera esattamente il denaro che serve per i miglioramenti AVS. Fra parentesi: con questo finanziamento si fa sì che paghino soltanto coloro che poi ne approfitteranno. I pensionati di oggi non pagano niente.

Ma dal 2021, come tutti gli altri, pagherebbero lo 0,3 percento di IVA in più per finanziare l’AVS.

Questo leggero aumento dell’ imposta sul valore aggiunto è necessario perché vanno in pensione i cosiddetti baby-boomer. All’AVS servono questi mezzi aggiuntivi per le rendite correnti e future. Per questo vi dovrà partecipare anche la generazione odierna di pensionati. Tutti devono dare il loro contributo per avere pensioni sicure. Ma il prezzo è modesto se si considera che in futuro le pensioni AVS non solo saranno di sicuro corrisposte ma anche continuate ad essere adeguate al rincaro.

Ritorniamo al supplemento AVS. Gli oppositori con-servatori della riforma affermano che per questo motivo il progetto è diventato ingiusto per la generazione giovane.

Ingiusta per i giovani è la situazione di oggi. Siccome non sono finanziate correttamente le rendite della previdenza professionale, ad oggi vengono ridistribuiti ben 1,3 miliardi di franchi dagli attivi ai pensionati. Altre stime parlano addirittura di importi più alti. Questa ingiusta ripartizione ora viene corretta per buona parte dalla riforma. Se non facciamo nulla, questa ripartizione invece continua. Inoltre nell’AVS arrivano in pensione i baby-boomer. Se non interveniamo, l’AVS rischia di avere grossi problemi di finanziamento. La giovane generazione dovrebbe continuare a pagare, ma senza la riforma forse non potremmo più mantenere la nostra promessa di pagare loro una pensione. Ribadisco: lo status quo è la cosa peggiore per i giovani. Per questo essi hanno un grande interesse affinché venga approvata la Previdenza per la vecchiaia 2020.

Economiesuisse, datori di lavoro, associazione professionale, PLR e UDC combattono la Previdenza per la vecchiaia 2020 come anche alcuni partiti marginali di sinistra e certi rappresentanti sindacali della Romandia. Non La preoccupa questa larga alleanza?

Se l’opposizione si compone al contempo di ambienti di destra e di sinistra per motivi diametralmente contrapposti, allora evidentemente abbiamo trovato una via di mezzo. In sette anni abbiamo negoziato un vero compromesso svizzero, che garantisce le pensioni e apporta anche dei progressi. Ora bisogna dire sì o no. Ma bisogna essere consapevoli che in caso di rifiuto non verrà risolto nessunissimo problema. Anzi, questi si aggraveranno soltanto.

Economiesuisse & Co. affermano che una riforma migliore, perché suddivisa in pacchetti più piccoli, sarebbe attuabile velocemente.

Ne dubito. Gli avversari conservatori della riforma in Parlamento volevano far approvare, fino all’ultima settimana di trattativa, un automatismo per l’età pensionabile a 67 anni. Quelli di sinistra invece non vedono nessuna necessità d’intervento, né riguardo all’età di pensionamento né del finanziamento. Dunque un no emanerebbe segnali piuttosto contraddittori. Inoltre le riforme separate negli ultimi 20 anni sono sempre fallite. Se davvero esistesse una soluzione migliore, capace di raccogliere una maggioranza, si sarebbe cristallizzata e imposta.

Ma si può vincere questa votazione con un argomento-compromesso?

Beh, mica è l’unico motivo buono! Pensioni sicure, stabilizzazione sia dell’AVS che della previdenza professionale obbligatoria, miglioramenti per le donne e per i disoccupati di una certa età sono tutti motivi buoni per votare sì. Ciò nonostante rimane importante l’argomento-compromesso. Il nostro Stato, con la sua cultura variegata e le sue quattro lingue, si basa sul pensiero di una compensazione, di un dare e un avere. Non esiste nessuna maggioranza in questo paese, ma solo sempre diverse minoranze che si ritrovano in una maggioranza. In Svizzera non esiste nessun «tutto o niente», altrimenti la nazione si sarebbe sfasciata da tempo. Questo la gente lo sa, e per questo il compromesso rappresenta la base del nostro decisionmaking democratico. Se le persone analizzano il progetto, esse vedono anche che il dare per avere conviene. La posta in gioco è molto alta. C’è in ballo l’istituzione più importante del nostro stato sociale e il contratto tra le generazioni. Nessuno ha interesse ad affondarli.

Esponenti della sinistra romanda argomentano che un sì è un primo passo verso l’età pensionabile di 67 anni.

I datori di lavoro e le forze conservatrici da tempo chiedono un’età pensionabile di 67 anni. Ma non si può ignorare la realtà. Attualmente il mercato del lavoro non ammette un’età pensionabile di 67 anni. I dipendenti più anziani già oggi hanno difficoltà a ritrovare un impiego. E in certi settori le persone per motivi di salute non possono lavorare oltre i 65 anni. La prima cosa importante è aumentare l’età pensionabile reale. Oggi per le donne è qualcosa oltre i 62 e per gli uomini qualcosa oltre i 64 anni. Inoltre flessibilizziamo l’età pensionabile. Vengono migliorate le condizioni quadro di coloro che possono e vogliono lavorare di più. Ma coloro che non possono lavorare fino ai 65 anni, presso l’AVS subiranno meno tagli alle prestazioni di oggi.

Thomas Zimmermann, USS

Alle origini dell’AVS

Per oltre 50 anni, i politici hanno tratteggiato piani per un’assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) ed elaborato progetti di finanziamento per poi respingerli. Solo nel 1947, una chiara maggioranza dei cittadini svizzeri (le donne non avevano ancora diritto di voto) ha finalmente accolto questo importante progetto in votazione.

Sulle orme della Germania

Già nel 1989, la Germania, diretta dal cancelliere Otto von Bismark, aveva lanciato un segnale molto importante, introducendo un’assicurazione vecchiaia di diritto pubblico che ha suscitato un dibattito anche nel nostro paese. All’epoca, si giudicò però prioritaria la creazione di un’assicurazione malattia e infortuni. Le difficoltà incontrate da questo progetto hanno poi contribuito a far rinviare ogni altro argomento di politica sociale. «Questo ordine di priorità era senz’altro condivisibile» commenta Bernard Degen, storico di Basilea specializzato nella storia economica e sociale svizzera, «dato che chi diveniva vittima di infortunio o di malattia non poteva contare su di alcun tipo di sostegno».

Queste difficoltà si sono però ripetute più volte, con altri problemi che hanno contribuito a rinviare il tema dell’AVS: lo scoppio della prima guerra mondiale, una votazione persa, la grande crisi degli anni trenta e poi la seconda guerra mondiale. Secondo Degen, persino la democrazia diretta ha portato a rinviare la creazione dell’AVS, che era «sostenuta dall’elite politica del paese, più che dalla popolazione».

Lavorare fino all’ultimo

Prima della creazione dell’AVS, la popolazione doveva lavorare sino all’ultimo e chi non ne poteva più, non aveva altra scelta che tentare di farsi ospitare dai propri figli. Questa soluzione era spesso praticabile senza troppi problemi presso le famiglie di contadini che avevano le loro fattorie, ma non nei minuscoli appartamenti di lavoratrici e lavoratori. La creazione dell’AVS è quindi diventata una delle rivendicazioni fondamentali del movimento operaio e delle richieste centrali dello sciopero generale del novembre 1918. Nonostante l’AVS godesse anche del sostegno degli ambienti liberali, la sua realizzazione richiese anche una certa pressione: «in questo ambito, il movimento operaio e i sindacati hanno avuto un ruolo fondamentale» spiega Degen.

La pressione in favore dell’AVS venne incrementata anche dall’aumento dell’aspettativa di vita della popolazione. Le casse pensioni erano poche e per lo più riservate ai quadri, mentre i più bisognosi potevano contare solo sul sostegno di istituzioni come la Pro Senectute, i cui mezzi erano però molto limitati. Chi non riusciva a trovare una soluzione in famiglia non poteva far altro che rivolgersi all’assistenza, di competenza comunale. Com’è successo spesso in questi casi, i primi passi sono stati compiuti dai cantoni: Glarona (1916), Appenzello esterno (1925) e Basilea città (1932) hanno introdotto un’assicurazione vecchiaia obbligatoria. Secondo Degen, «questi cantoni sono stati i precursori perché erano confrontati con realtà industriali avanzate, che alimentavano in modo particolare questi problemi». Glarona aveva un’industria tessile molto forte e aveva introdotto la prima legge sulle fabbriche, Appenzello esterno una fiorente attività nel ricamo di stoffe e Basilea città l’industria chimica. Il dibattito era molto acceso anche a Zurigo, ma l’introduzione di questa assicurazione è stata respinta in votazione popolare.

L’esempio dell’IPG

L’avvento dell’AVS a livello nazionale è poi stato favorito a sorpresa dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1939, in regime plenipotenziario, quindi senza l’approvazione del Parlamento, il Consiglio federale introdusse l’indennità di perdita di guadagno (IPG): chi non era in servizio militare e svolgeva un’attività lavorativa doveva versare un contributo per compensare la perdita salariale di chi invece era in servizio. Venne così costituito un sistema di incasso dei contributi e l’IPG raccolse presto un ampio consenso presso la popolazione, come conferma il sito internet «Storia della sicurezza sociale» dell’ufficio federale delle assicurazioni sociali, la cui lettura è molto interessante. Seguirono numerose iniziative cantonali e una popolare, promossa dal partito socialista e dai sindacati che chiedevano una rapida introduzione dell’AVS. Il Consiglio federale vi diede seguito elaborando in brevissimo tempo un progetto, approvato il 6 luglio 1947 con una larghissima maggioranza dell’80 percento dei votanti. Degen come spiega questo risultato storico, per la sua portata e per il suo significato? «Molti temevano che anche la seconda guerra mondiale sarebbe sfociata in uno sciopero generale», ci dice, confermando un’indicazione spesso riportata dai testi storici. Vi era quindi la convinzione che si dovesse fare qualcosa di concreto in favore della coesione sociale. Un altro fattore del successo dell’AVS fu che non metteva in discussione le casse pensioni esistenti. La relativa legge entrò quindi in vigore il 1° gennaio 1948.

Assicurazione popolare

La prima rendita minima ammontava ad appena 40 franchi mensili, ma costituiva comunque un sostegno molto apprezzato. L’età di pensione delle donne venne dapprima fissata a 65 anni, come quella degli uomini, per essere ridotta solo più tardi. Otto revisioni tra il 1951 e il 1975 hanno poi permesso di aumentare le rendite, portandole progressivamente dal 10 al 35 percento di un salario medio. La legge sull’AVS dovette essere rivista più volte, dato che l’adeguamento automatico delle rendite al costo della vita è stato ripreso solo nel 1979.

Per ovviare all’insufficienza delle rendite in alcuni casi, la Confederazione introdusse nel 1965 le prestazioni complementari, su impulso del consigliere federale Hans-Peter Tschudi, che diresse il dipartimento degli interni dal 1960 al 1973. In questi anni, l’AVS è diventata la principale assicurazione sociale della Svizzera, consolidando anche la propria popolarità. La decima revisione dell’AVS, nel 1994, ha infine migliorato la posizione delle donne, introducendo lo splitting delle rendite e gli accrediti educativi ed assistenziali.

Dal 2000, invece prevalgono le misure di risparmio, dovute al rallentamento della crescita economica e al progressivo invecchiamento della popolazione. Non sorprendono pertanto le difficoltà incontrate da ulteriori modifiche contenute nell’undicesima revisione dell’AVS. Nel 2004, il primo progetto è stato respinto grazie ad un referendum promosso dalla sinistra e dai sindacati, mentre sei anni dopo un nuovo tentativo è stato affossato in Parlamento. La riforma della «previdenza vecchiaia 2020», in votazione il prossimo 24 settembre, tenta per la prima volta di collegare le riforme dell’AVS e del sistema di casse pensioni. Per la prima si prevede un aumento delle rendite di 70 franchi al mese, mentre viene ridotto il tasso di conversione. Per lo storico Bernard Degen «la crisi finanziaria ha mostrato come il sistema delle casse pensioni, basato sul capitale accumulato, non sia la panacea di tutti i mali». Secondo lui l’AVS, basata invece sul principio di ripartizione tra popolazione lavoratrice e beneficiari di rendita, presenta migliori prospettive.

Stefan Boss

Commenti

  • Niklaus Benz

    Niklaus Benz31/08/2017 16:53:51

    Ich finde die Vorlage ausser einem Punkt in Ordnung: Warum soll man generell 70 Franken auch an jene verteilen, die es gar nicht nötig haben?

  • Enrico

    Enrico01/09/2017 15:39:18

    Buon giorno, visto che i risultati delle casse pensioni sono sempre più orientati al ribasso, perchè non versare una parte dei contributi maggiore all'avs anzicché continuare a foraggiare la cassa pensione?
    Cordiali saluti

  • Beat

    Beat06/09/2017 14:31:50

    Ich muss die Vorlage ablehnen, weil das Alter für eine Frühpensionierung erheblich hochgeschraubt wird. Teilweise ist noch gar nicht klar, ob man mit 62, 60 oder in einer Übergangsphase doch noch mit 58 vorzeitig in Pension gehen kann.

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