| Intervista

Votazione del 25 settembre

«AVSplus costituisce una svolta storica»

Il 25 settembre saremo chiamati a votare sull’iniziativa sindacale che punta a rinforzare l’AVS. Ecco alcune spiegazioni dello storico Matthieu Leimgruber, professore all’Università di Zurigo.

Matthieu Leimgruber

Perché la creazione dell’AVS nel 1947 può essere considerata «l’avvenimento del secolo?»

Matthieu Leimgruber: il 6 luglio del 1947, il popolo ha accettato a larga maggioranza l’assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS). Questo voto plebiscitario è stato il capitolo conclusivo di quasi cinquant’anni di dibattiti molto accesi sulle questioni sociali, in cui la previdenza vecchiaia aveva un posto fondamentale. Per questo, è stata una data storica della nostra politica sociale e una tappa fondamentale per la nostra società, 100 anni dopo l’adozione della costituzione federale.

Ma in quale contesto è avvenuto tutto ciò?

Eravamo nell’immediato dopoguerra, un’epoca in cui anche altri paesi presero decisioni simili: in Inghilterra, il piano Beveridge propose una revisione delle assicurazioni sociali e la creazione di un sistema sanitario nazionale; in Francia, il programma del consiglio nazionale della resistenza contemplava un piano integrale di sicurezza sociale. Due guerre mondiali e una crisi economica senza precedenti avevano spianato la strada all’idea di una società diversa. Per gli ambienti borghesi, realizzare una sicurezza sociale a livello europeo costituiva anche una sorta di prevenzione nei confronti dell’alternativa socialista della fine degli anni 40. Questi ambienti volevano dimostrare la capacità del capitalismo di riformarsi e di abbordare in modo progressista i problemi sociali, un po’ secondo il motto «meglio lo stato sociale del socialismo».

Da quando è stata fondata, l’AVS deve però convivere con il sistema delle casse pensioni, imperniato sulla capitalizzazione. Non è paradossale?

L’AVS e le casse pensioni costituiscono un binomio che è stato considerato nel suo complesso sin dagli anni ’20. Mentre il dibattito sull’AVS è sempre stato molto acceso, quello sulla previdenza professionale non ha mai infiammato gli animi ed è stato affidato alle casse pensioni in un ambito molto poco regolamentato sino dall’avvento della LPP nel 1985. Il consigliere federale radicale Walther Stampfli, che ebbe un ruolo fondamentale nella realizzazione dell’AVS, proveniva dalla Von Roll e dal settore metallurgico e negli anni ’20 era membro del comitato delle associazioni delle casse pensioni. In governo, si batté per un’AVS che lasciasse un ampio margine di manovra alle casse pensioni. Quindi, un’AVS ridotta ai minimi termini per non far concorrenza alle casse pensioni.

Che evoluzione vi è poi stata?

Negli anni ’60, il dibattito ha assunto una nuova dimensione: sviluppare l’AVS o consolidare le casse pensioni che all’epoca coprivano però meno della metà della popolazione attiva? Il dilemma è poi stato risolto dalla votazione del 1972, in cui il popolo ha accolto a maggioranza il principio dei tre pilastri, concretizzato con la LPP nel 1985. In questo modo, si è di fatto sancito il blocco delle rendite AVS, affidando ogni sviluppo del sistema pensionistico alle casse pensioni. Dopo il plebiscito del 1947, si è trattato di un’altra pietra miliare.

La logica della previdenza professionale è comunque ben diversa da quella di un sistema solidale come quello dell’AVS …

Secondo alcuni economisti, una sicurezza sociale finanziata con un sistema di ripartizione, come quello dell’AVS, costituisce il patrimonio di chi non dispone di patrimonio. Siccome poi i contributi AVS sono percepiti senza limiti verso l’alto dello stipendio, l’AVS permette una certa ridistribuzione, per quanto modesta, tra le varie classi di reddito. La LPP, invece, mantiene e riflette le ineguaglianze. Questo sistema, basato sulla capitalizzazione, soffre di tre limiti principali: il primo è proprio che le casse pensioni riproducono le disparità di posizione e di salario presenti presso le aziende. Gli obiettivi di redditività e di ampliamento del mercato della LPP possono anche rivelarsi in contraddizione con l’obiettivo di riconoscere una rendita che garantisca il livello di vita precedente. Il secondo limite proviene dal gran numero di attori, come assicurazioni, intermediari e istituti finanziari interessati a gestire il flusso dei capitali della LPP. Nel 1972, le riserve del secondo pilastro erano di circa 100 miliardi, mentre oggi superano gli 800 miliardi. Il mercato della previdenza soffre la forza di questa dimensione finanziaria. Il terzo limite viene dall’estrema frammentazione che isola ognuno nel suo percorso di previdenza e limita ogni possibilità di azione collettiva, che permetterebbe ai salariati e ai sindacati di influire maggiormente.

Le casse pensioni sottostanno però a una gestione paritetica ...

Si, molte decisioni sono demandate ai consigli di fondazione. In questi, però, la parte padronale fa valere tutto il proprio peso, senza dover temere il confronto della democrazia diretta. Questo fattore spiega come mai le riforme del secondo pilastro si susseguono a ritmo incalzante, mentre per l’AVS è molto difficile far passare un taglio delle rendite, dato che vi deve essere un dibattito politico e vi è la possibilità di un referendum. Per contro, molte casse pensioni hanno già deciso modifiche che comporteranno tagli significativi alle rendite. Il rapido abbandono del primato delle prestazioni, molto diffuso nel settore pubblico, è un’ulteriore conferma della pressione a cui sono sottoposte le rendite di pensione.

Ma il rifiuto popolare di abbassare dal 6,8 al 6,4 percento il tasso di conversione è pur sempre stato un altro segnale importante.

Questo voto riflette la presa di coscienza dell’importanza di difendere collettivamente i parametri che determinano le rendite. Oggi vi sono aspettative popolari nei confronti della LPP, sorte a seguito della generalizzazione di questa istituzione per le salariate e i salariati. È il paradosso principale del sistema: la LPP è uno dei temi fondamentali del dibattito politico, ma nel contempo sottostà ai vincoli di un mercato sul quale la politica ha ben poca presa.

Esiste una lobby della previdenza privata?

Certo e ha radici storiche molto profonde. Già nel 1922 esisteva un’associazione che riuniva le principali casse private e le grandi compagnie di assicurazioni vita che dominano tutt’ora il settore della previdenza, di cui l’associazione svizzera degli istituti di previdenza (ASIP) è il successore diretto. Le grandi assicurazioni hanno sempre funto da esploratori del settore della previdenza vecchiaia per conto delle forze padronali. Dalla fine della prima guerra mondiale hanno gestito molti istituti delle PMI e delle altre aziende prive di una cassa pensioni propria.

E questi ambienti sono contrari all’AVS?

Non necessariamente. Gli ambienti padronali sono sempre stati favorevoli ad un’AVS minima, che fungesse da base alle casse pensioni, senza la quale la previdenza privata sarebbe molto meno sviluppata. Non vi è invece una maggioranza che vuole abolire l’AVS. Una decina di anni fa, il consigliere federale PLR Hans-Rudolf Merz, in un’intervista, aveva suggerito di «pensare l’impensabile» e di destinare una parte dei contributi AVS alla costituzione di conti risparmio individuali. Ma questa provocazione non è nemmeno sfociata in una proposta parlamentare...

Qual è stata la posizione sindacale?

I sindacati hanno avuto a lungo una posizione ambigua sulla previdenza vecchiaia. Inizialmente hanno rivendicato la creazione dell’AVS, anche se in realtà erano più interessati allo sviluppo delle loro casse pensioni. Queste hanno poi finito per sparire, cancellate dallo strapotere della concorrenza delle casse padronali. Durante la seconda guerra mondiale, le direzioni di importanti sindacati come la FLMO (metallurgia e orologeria) erano persino scettiche sulla creazione dell’AVS, puntando piuttosto sulla creazione di casse paritetiche con il padronato, che però non ha dimostrato alcun interesse. Alla fine degli anni 60, i sindacati hanno aderito all’idea di un secondo pilastro obbligatorio, nella speranza che potesse contribuire ad un rafforzamento delle loro organizzazioni. Queste discussioni sui modelli svedesi o inglesi di cogestione delle casse pensioni sono ormai cadute nel dimenticatoio, ma alla fine degli anni 60 erano molto intense e il padronato ne ha approfittato per convincere i sindacati della bontà del sistema dei tre pilastri. La gestione paritetica delle casse pensioni non ha tuttavia mai contribuito a rafforzare il movimento sindacale.

Il 25 settembre voteremo sull’iniziativa AVSplus, che vuole aumentare del 10% le rendite AVS. Il lancio di questa iniziativa da parte dei sindacati può essere considerata una svolta?

In questi ultimi anni, le organizzazioni dei lavoratori hanno avuto un ruolo sempre più importante nella difesa del sistema pensionistico, dapprima nel 2005 sostenendo il rifiuto dell’undicesima revisione dell’AVS, poi nel 2010 il rifiuto dell’abbassamento del tasso di conversione della LPP. La consapevolezza dell’insufficienza delle rendite pensionistiche attuali e della necessità di rivalutarle ne è stata solo una conseguenza logica. Da qui è nata l’idea di aumentare le rendite AVS, che sono il metodo più solidale di rivedere le prestazioni. In Svizzera, un quarto delle persone anziane si trova in stato di povertà relativa. Si tratta di uno dei tassi più elevati tra i paesi dell’OCSE e questa situazione potrebbe deteriorarsi ulteriormente, inquanto le disparità nella previdenza si stanno ampliando. Anche il fatto che il Consiglio degli Stati abbia approvato l’autunno scorso il principio di un aumento delle rendite AVS è da considerare quasi storico. Si tratta della prima volta dal 1975, in cui il Parlamento discute di una proposta volta a scongelare il livello delle rendite previdenziali. L’aumento di 70 franchi proposto dal Consiglio degli Stati è certamente del tutto insufficiente ed è evidente che è stato messo in alternativa ad AVSplus. A dire la verità, i tabù infranti da questa proposta sono due: oltre all’aumento delle rendite vi è anche quello dell’aumento dei contributi AVS.

Guy Zurkinden, SSP

Intervista apparsa sul giornale «Services publics» del 15 aprile 2016 / traduzione gi

BIO

Matthieu Leimgruber è dottore in lettere e storia contemporanea all’università di Losanna. È un’autorità riconosciuta in materia della storia delle politiche sociali del 20° secolo e ha pubblicato numerosi studi sulle interazioni tra stato e mercato nel settore della previdenza vecchiaia, nonché sulle politiche sociali durante la seconda guerra mondiale.

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