Referendum «Difendiamo i salari minimi»
Toccati anche salariati/e dei TP
La Svizzera rimane uno dei pochi paesi europei senza un salario minimo nazionale. Oggi, le conquiste ottenute a livello cantonale e comunale sono minacciate da un’offensiva politica che va ben oltre i soli settori a bassi salari e riguarda l’intero mondo del lavoro. Lanciato un referendum.

In materia di salari minimi, la Svizzera va controcorrente. Mentre la maggior parte dei paesi europei dispone di un salario minimo fissato a livello nazionale, il nostro Paese continua ad affidarsi essenzialmente ai contratti collettivi di lavoro (CCL) e alle trattative tra le parti sociali.
Dopo il fallimento dell’iniziativa per un salario minimo nazionale nel 2014, diversi Cantoni hanno tuttavia deciso di assumersi le proprie responsabilità. Neuchâtel ha aperto la strada, seguita in particolare da Ginevra, dal Giura, dal Ticino e da Basilea Campagna. Anche alcune città hanno introdotto o stanno preparando salari minimi comunali. L’obiettivo è semplice: garantire che una persona che lavora possa vivere del proprio stipendio senza dover ricorrere all’assistenza sociale.
I risultati osservati sono piuttosto incoraggianti. Laddove esistono salari minimi, le retribuzioni più basse aumentano senza che si registri un’impennata della disoccupazione.
Molto più che i bassi salari presi di mira
Perché oggi si parla così tanto di salari minimi? Perché la maggioranza del Parlamento federale ha approvato una revisione della Legge federale concernente il conferimento del carattere obbligatorio generale al contratto collettivo di lavoro (LOCCL), nota come «mozione Ettlin». Il suo obiettivo è quello di far prevalere i salari previsti in determinati CCL dichiarati di forza obbligatoria sui salari minimi cantonali o comunali, anche quando questi ultimi sono più elevati.
A prima vista, il dibattito può sembrare di natura tecnica. Tuttavia, le conseguenze sarebbero molto concrete. In diversi settori, i salari minimi fissati da alcuni Contratti collettivi di lavoro sono inferiori ai salari minimi legali introdotti dai Cantoni o dai Comuni. Se la nuova legge entrasse in vigore, migliaia di lavoratrici e lavoratori potrebbero perdere una parte del proprio reddito o vedere il proprio salario rimanere invariato.
Questa rimessa in discussione preoccupa i sindacati anche per un altro motivo: i salari minimi di legge non proteggono solo le persone meno retribuite. Contribuiscono infatti a mantenere un certo livello salariale nell’insieme dell’economia. Quando il salario minimo viene innalzato, spesso esercita un’influenza positiva sulle fasce retributive immediatamente superiori. Al contrario, l’indebolimento di queste tutele crea una pressione al ribasso sull’intera scala salariale.
Per i salariati e le salariate dei trasporti pubblici, le cui condizioni sono generalmente disciplinate da solidi Contratti collettivi di lavoro, il rischio può sembrare lontano. Tuttavia, il livello generale dei salari in un paese influenza anche i rapporti di forza durante le trattative collettive. Ciò che oggi riguarda i redditi bassi potrebbe domani riguardare i redditi medi. La posta in gioco è quindi anche una questione di modello sociale. Vogliamo continuare a ritenere che il lavoro debba consentire di vivere dignitosamente, oppure accettare che alcune persone occupate a tempo pieno rimangano dipendenti dagli aiuti pubblici?
I padroni risparmiano,la collettività passa alla cassa
Questo è uno degli argomenti centrali dei sostenitori del salario minimo. Quando un’azienda versa retribuzioni insufficienti per vivere, i costi non scompaiono. Vengono semplicemente trasferiti sulla collettività. In pratica, una parte dei lavoratori e delle lavoratrici interessati deve ricorrere a prestazioni integrative, aiuti sociali o altre forme di sostegno pubblico. I datori di lavoro beneficiano così indirettamente di manodopera a basso costo, mentre i contribuenti finanziano una parte del costo reale del lavoro.
È proprio per contrastare questa situazione che diversi Cantoni hanno adottato salari minimi. Hanno ritenuto più giusto prevenire la povertà alla fonte piuttosto che farne le spese finanziarie a posteriori.
La questione riguarda anche il federalismo. In diversi Cantoni e Comuni, i salari minimi sono stati approvati democraticamente dal popolo o dai parlamenti locali. Per i sindacati, rimettere in discussione queste decisioni con una legge federale costituisce una violazione del principio dell’autonomia cantonale e delle scelte espresse alle urne.
Il referendum ha bisogno di firme
Di fronte a questa offensiva, USS, UNIA, SEV e numerose altre organizzazioni hanno lanciato un referendum. Il loro obiettivo è consentire alla popolazione di esprimersi su questa modifica legislativa e difendere le tutele salariali conquistate negli ultimi anni.
Per il momento, la raccolta delle firme prosegue e ogni firma conta, perché difendere i salari minimi non significa solo difendere i redditi più bassi. Significa difendere un livello salariale dignitoso per tutte e tutti. Indebolirli equivarrebbe a minare l’intero sistema di tutela salariale costruito nel corso dei decenni.
Firmate subito il referendum, ma entro e non oltre il 15 settembre 2026:
https://salari-minimi.ch/firmare/?src=sev
Yves Sancey
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