iniziativa «200 franchi bastano»
«Perderemmo un servizio fondamentale»
L’8 marzo, tra i vari temi in votazione ci sarà anche l’iniziativa «200 franchi bastano», che chiede di abbassare il canone radiotelevisivo dagli attuali 335, a 200 franchi. Questa misura apparentemente positiva per le tasche di tutti noi, porta in realtà con sé una serie di conseguenze negative da non sottovalutare. Ne abbiamo discusso con Nicole Rossi, segretaria sindacale Uss Ticino e Moesa.

Nicole Rossi, perché una riduzione del canone, secondo i contrari all’iniziativa, non è un vero risparmio?
Certamente in un periodo nel quale molte persone si trovano sempre più toccate dal carovita senza un adeguamento dei salari che tenga il passo con l’inflazione, 100 franchi in meno da pagare ogni anno (la Confederazione ha deciso di ridurre il canone da 350 a 300, ndr) possono sembrare una cifra importante, ma dobbiamo tenere in considerazione quello che queste minori entrate comporterebbero per la SSR-SRG e quindi per la RSI. Questa iniziativa deciderà infatti il futuro della radiotelevisione nella Svizzera italiana, perché 100 franchi all’anno in meno da pagare per noi, significano perdere un’azienda che nel suo ruolo di dare voce alla cultura italofona in Svizzera è insostituibile. Significano perdere una buona parte, se non la totalità, della produzione locale di contenuti, meno informazione regionale e meno pluralità, libertà e indipendenza dell’informazione a livello svizzero. Senza contare che con la riduzione del canone, molti contenuti oggi inclusi, dovranno essere acquistati dai privati e/o all’estero.
Perché la Svizzera italiana ne risulterebbe particolarmente penalizzata?
Per i motivi elencati sopra, ma anche perché perderemmo uno dei pochi ambiti nei quali come cultura e lingua minoritaria siamo avvantaggiati. Il canone radiotelevisivo è infatti distribuito secondo una chiave di riparto che oggi ci avvantaggia rispetto alle altre regioni del Paese: ne paghiamo il 4 % e ne riceviamo il 22 %, questo è un privilegio che non dovremmo voler perdere.
Un taglio così radicale dei finanziamenti porterebbe inevitabilmente a una riduzione significativa dei posti di lavoro qualificati in Ticino, ma non sarebbe solo chi lavora alla RSI a pagarne le spese, bensì anche tutta una serie di servizi indiretti alla RSI. Questo anche perché tutto rischia di venire centralizzato oltre Gottardo, senza più un contatto diretto con il territorio e le sue esigenze. Se oggi ci sono critiche che vengono mosse alla RSI, non è certamente tagliandole le risorse che riusciremo a migliorarla.
Delle conseguenze quindi che ricadrebbero sulla società nel suo insieme?
Certo. Riducendo gli investimenti pubblici si va a intaccare tutto l’ecosistema economico e sociale ed il suo equilibrio. Difendere il servizio pubblico significa difendere occupazione di qualità, competenze e coesione sociale. Basti pensare a quanto successo, ad esempio, con la Posta: quando si è deciso di privatizzarla, i sostenitori dicevano che le condizioni di lavoro e il servizio offerto non ne avrebbero risentito e invece vediamo dove stiamo andando. È una battaglia che va ben oltre una singola azienda e riguarda il modello di società che vogliamo costruire: l’espressione di una sana democrazia passa anche da un servizio pubblico forte. Questo è un vero e proprio attacco deliberato al servizio pubblico, oggi tocca alla SSR-SRG, domani a chi toccherà?
Veronica Galster