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Intervista esclusiva

Susanna Camusso, il sindacato e lo spazio delle donne

L’ex numero uno del sindacato italiano CGIL traccia un bilancio - «sempre complicato» - della sua azione ai vertici. Evidenzia i pericoli legati alla liberalizzazione e le sfide connesse con la digitalizzazione. E denuncia i nuovi razzismi e fascismi.

Giorgio Tuti con Susanna Camusso, che si occuperà delle politiche internazionali e di genere.

Dopo otto anni alla guida del principale sindacato italiano che bilancio si sente di fare del suo mandato come segretaria?

Fare un bilancio è sempre complicato. Durante gli anni della grande crisi economica del nostro paese la fatica fondamentale è stata quella di mantenere viva la rappresentanza e di difenderla da un lato da tutti i tentativi di scaricare sui lavoratori le conseguenze della crisi stessa, dall’altro dalla cosiddetta disintermediazione o negazione della rappresentanza. Abbiamo ricostruito, dopo anni di divisione e separazione, un quadro di accordi confederali che hanno difeso il contratto di lavoro nazionale. Questi elementi hanno molto condizionato l’attività di questi anni ma devo dire che, pur con tutte le difficoltà, siamo ancora ben piantati sui nostri piedi.

Lei è stata la prima donna segretaria della CGIL: il sindacato è una struttura a prevalenza maschile?

È un’organizzazione che nasce profondamente maschile e che ha subito la cultura che per lungo tempo ha avuto il mondo della sinistra; cioè quella di considerare la questione femminile una contraddizione secondaria che si sarebbe risolta una volta realizzato il socialismo. Oggi la Cgil è una organizzazione di donne e di uomini la cui necessaria e quotidiana affermazione è ancora figlia di una battaglia politica. Perché come si dice «una volta che ti sei fatta spazio devi continuare a difenderlo».

Però è un fatto reale che oggi le donne lavoratrici quasi ovunque percepiscano un reddito inferiore rispetto agli uomini. Solo in Svizzera nel settore privato le donne guadagnano quasi il 20% in meno dei loro colleghi maschi. C’è ancora molto da lavorare.

In Italia questa percentuale è un po’ più bassa (17.5%) ma siamo dentro un trend diffuso. Da un lato continua ad esserci un pregiudizio verso il lavoro femminile che si traduce nel non riconoscere percorsi di carriera che danno origine alla differenza retributiva, dall’altro è un effetto della dispersione progressiva del mercato del lavoro che rende sempre più difficile contrattare l’organizzazione del lavoro, avere una dimensione di intervento su come è organizzato, dei percorsi di formazione. E ovviamente le donne pagano un prezzo perché a differenza degli uomini non compensano mai con l’iper-presentismo e con l’allungamento dell’orario di lavoro perché continuano ad avere il grande carico del lavoro di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Cosa ne pensa della liberalizzazione del trasporto pubblico in Europa su vettori come Uber e Flixbus che hanno comportato un dumping salariale e sociale?

Direi che ci sono più cose che si intrecciano tra di loro. Una è la tendenza alla privatizzazione dei servizi. Non bisogna dimenticarsi mai che uno dei punti di crisi oggi nell’Europa è la sottovalutazione dell’importanza che ha la libera circolazione delle persone come motore di unità europea. Il secondo tema è quello delle multinazionali luogo dei maggiori profitti e delle maggiori accumulazioni. E anche produttrici di un principio di sistematico dumping sulle condizioni di lavoro. Un tema su cui l’Europa manifesta tanta impotenza sia sul versante dell’intervento fiscale sia su quello della capacità di avere norme che garantiscano una convergenza verso l’alto. In questo Ryanair e Amazon sono state sfide importanti per il sindacato per la capacità di coordinarsi e coordinare delle iniziative per affermare contratti collettivi e tutela del lavoro. Sono stati i primi elementi di scuola su come immaginare il bisogno di una contrattazione collettiva che sia sovranazionale.

A questo proposito, che passi in avanti sono stati fatti per quanto riguarda il lavoro frontaliero?

Il bilancio della nostra attività è positivo. Ci sono rapporti importanti con i sindacati dell’altro lato del confine, non solo svizzero. In questi anni è progressivamente cresciuta una relazione con i sindacati di confine con un lavoro consistente sulla percezione che i frontalieri sono quelli che sottraggono il lavoro all’altra parte. Abbiamo poco chiaro il motivo per il quale la discussione sulla revisione dell’accordo fiscale sui frontalieri si sia fermato. Dico solo che se ci fosse una tendenza a unificare le condizioni di lavoro dell’Europa questo semplificherebbe anche le relazioni transfrontaliere.

Che impatto avrà la digitalizzazione sui posti di lavoro. E quali sono le contromisure che si possono attuare?

La digitalizzazione è una rivoluzione che passa dal controllo dei dati, dall’intervento sull’orientamento dei comportamenti delle persone, sul consumo. Allo stesso modo pone domande anche profonde ma per avere delle risposte richiederebbe che ci sia un soggetto politico anche sovranazionale che queste domande se le fa.

Noi stiamo provando a fare due cose: una è mantenere una capacità di contrattazione (che abbiamo chiamata «contrattare l’algoritmo») per determinare il fatto che l’esistenza di formule matematiche che regolano il lavoro - come avvengono i turni come avviene il flusso delle prestazioni - non è sostitutivo della contrattazione, dei principi di uguaglianza del lavoro e quindi della necessità di contrattare.

Il secondo elemento è come contrattare gli effetti di polarizzazione che ci sono e sono evidenti tra lavori che si dequalificano sempre di più e lavori che si qualificano sempre di più senza che i soggetti siano in grado di determinare delle prospettive come l’utilizzo della formazione e di forme complesse di organizzazione.

L’ondata di destra che attraversa l’Italia e il mondo le fa paura?

Noi pensiamo sia sbagliato avere una lettura del mondo che non si accorga che i fenomeni sono globalizzati in termini economici ma anche politici nel rapporto col mondo del lavoro e come sia necessario tornare ad alcuni fondamenti del diritto del lavoro. Bisogna fare un ragionamento mondiale di fronte ai nuovi fascismi e razzismi. E sul loro nemico numero uno che sono i migranti e che si muovono, badate bene, non da un continente all’altro (più dell’80% dell’immigrazione africana è interna all’Africa e solo una quota del 10% si affaccia verso l’Europa) ma al loro interno mossi dalle stesse motivazioni e cioè da una globalizzazione sempre più diseguale e dalla crescita delle diseguaglianze e dalla disoccupazione giovanile.

Come bisognerebbe contrapporsi e con quali idee?

Le risposte di ordine nazionalista che propongono nuove autarchie con la chiusura delle frontiere sono le peggiori anche perché mettono in competizione i deboli tra di loro. Ai tanti nazionalismi e alla crescita delle destre bisogna rispondere con unità del mondo del lavoro e la difesa dei principi fondamentali dell’organizzazione dei lavoratori.

Dopo essere stata sconfitta per pochi voti all’elezione al vertice della confederazione sindacale mondiale a inizio dicembre, cosa farà ora?

Il nuovo segretario generale Maurizio Landini mi ha affidato la responsabilità delle politiche internazionali e delle politiche di genere della nostra organizzazione. Continuerò quindi una battaglia rispetto al bisogno di innovazione nel sindacalismo mondiale e proseguirò - e a questo non potrò mai rinunciare - una personale battaglia di genere perché sono convinta che il futuro sia della donna.

Michele Novaga

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